venerdì 20 agosto 2021

Bottoni infuocati

Locuzioni idiomatiche, motti e proverbi


Illustrazione del bottone gigante di Eurochocolate 2019.

Sapere intrattenere bene una persona è un'arte, che non è da tutti, può essere vista in maniera superficiale, occorre anche un po' di allenamento, abilità, non nuoce a nessuno, sprona la curiosità, empatia, mantiene in buoni rapporti con le persone e l'umore.
Per instaurare un dialogo con qualcuno bisogna creare un ambiente e una situazione che lo favorisca vale a dire occorre essere socievoli, informati su un po' di tutto per evitare figuracce, curiosi e saper ascoltare anche il parere degli altri.
Tutto questo cosa c'entra con il bottone?
Lui è presente anche all'interno delle conversazioni anche quando non c'è lo aspettiamo come quando si attacca bottone con qualcuno, con un ragazzo o con una ragazza per conquistare la sua attenzione, ma da dove deriva questa locuzione? Questa e molte altre hanno una origine molto antica, tra l'altro alcune con il trascorrere dei secoli hanno cambiato di significato. Oltre a questo esempio, ne esistono diversi di cui certi sono passati di moda.
Nella lingua italiana e in alcuni dialetti regionali si possono trovare alcuni motti e modi di dire curiosi e allo stesso tempo divertenti da sapere dire, ricordare e annotare. Questi possono essere utili anche per intrattenere allo stesso tempo una conversazione curiosa o altro. Infatti, il bottone è una voce che potrebbe essere male interpretata avere un doppio senso, pertanto in seguito ne citerò alcuni esempi. Molte delle frasi scoperte le ho cercate nei vari vocabolari della lingua italiana, saggi vari e sul web.
Per iniziare in letteratura esiste un passo di un racconto che sfocia nel ridicolo e allo stesso tempo volgare come una conversazione tra un maschio e una femmina chiamati uno Bottone e l'altra Botta. Tale dialogo è anche molto animato e ricco di battibecchi. Questo testo è tratto da una raccolta di Canti popolari di Raffaele Andreoli del 1857. Nel suo contesto si considera il bottone come in dispositivo per allacciare l'indumento e chi lo utilizza cerca di prenderlo e in questo caso si ricollega alla fatica frase attaccare, appiccare, sputare, gittare bottone, fare dei bottoni, mal bottone è stato fermato male. Comenque il dialogo è il seguente:

"Botta: "No, tu non sei dello stesso ceppo; noi non siamo affatto parenti".
Bottone: "Scusami, bella mia: tu che sei più vecchia di me, insegnami dunque".
Botta: "Eh, se t'avessi a dire quel che hanno fantasticato di me i facitori della mia genealogia, ti farei rimpicciolire. Ma io, senza tanti discorsi, non vado a ripescare dove, da chi e come nacquero i miei proavi, chè superba e vanagloriosa non sono, e pergamene in casa non ci sono. Ti assicuro però, che tale quale mi vedi, piccina si, ma piena di vita e forze, quantunque invecchiata, come tu dici, sono nata in Italia, in questo bel soggiorno dell'armonta, e ci nacqui proprio sul formarsi della cara lingua del si".
Bottone: "Dunque sei indigena?"
Botta: "Tanto bene!"
Bottone: "Oh, non veggo l'ora che tu finisca!"
Botta: "Stammi a udire, e finisco subito. Che cosa significa io?"
Bottone: "Significhi percossa, colpo; anzi I'atto del percuotere, e insieme I'immediato effetto della perecossa".
Botta: "Benissimo. Or dimmi: Come esprimeresti tu, che fai tanto il dottore, I'atto e l'effetto immediato della percossa, dato il caso ch' io non ci fossi nata al mondo? Immagina però che il colpo sia grave".
Bottone: "Direi Bù, con forza, allungando quell' u".
Botta: "Questa sarebbe una parola da orso o da lupo. Gl'Italiani nostri antenati, forse con più tenacitá che non i presenti, sdognarono voci si aspre: e volendo essi esprimere proprio quello che tu bal detto, osservarono che la percossa data o da un corpo pesante caduto in terra, o da qualunque altro corpo che urti con più o meno violenza di contro a un altro, produce per lo più un suono, non come dicevi tu, simile a un M allungato con forza, ma a un O schietto e tondo, e lo espressero con Bo. Ma osservarono ancora che vi non diceva tutto; non esprimeva quel suono secco crudo, lasciarmi dire, come di pietra che si spezza, o legno che si agavezza, e al bo aggiunsero to e ta, addoppiando il t per meglio rappresentare il suono ridetto: e così nacque Botto o Botta, che sono io a tuoi comodi".
Bottone: "Piano a' ma' passi, veneranda matrona: qui ti volevo. Tu t'infingi: tu sei maschio, l'hai confessato non volendo; e ti sei mascherato da femmina: cið non va bene. Questo haí fatto, e sii sincero a confessarlo, per non avere una stessa origine con me Bottone, che son derivato in retta linea da Botto".
Botta: "Corri troppo, amico caro. Un mio lapsus linguae t'ha dato l'aire; l'aver pronunziato o invece di e. Dunque, te lo ripeto, gli Italiani produssero Botto e Botta, ossia io nacqui gemella con questo, il quale vive sano robusto al pari di me. Or tu non hai da spartir nulla, o da far con noi".
Bottone: 'E con chi, dunque, ser Tuttesalle?"
Botta: "Questo sappilo tu, o dimmelo".
Bottone: "E tu dimmi prima, comme ho fatto io a te, che cosa significo io?"
Botta: "Tu significhi quella pallottolina di diverse fogge e materie, che s'attacca a vestimenti per unirne le parti, affibbiarle insieme. Ogni ciuco capirebbe che tu con noi Botto e Botta staresti bene come i cavoli a merenda…" Ab. ah. ah (sghignazza)... la percossa, il colpo con un cosellino s''appicca per far da fermaglio a che che sia. Dov'èl l'ombra di relazione e analogia di primitivo significato fra loro, e te? Conciossiachè per dirsi pareuti l'una con l'altra due o più voci, fa d'uopo che ciascuna conservi come ingenuità o inamo vibile, e quasi comun germe vitale, lo stesso significato che dirò primigenio, e comune a tutte, cui, non mouta, che poi se ne sia abbotonato un altro formante l'individualità di ciascuna parola. A sentir te Mattone deriverebbe da Matto, come da Polla, Pollone; e da Pollastro, Pollastrone. Tutte le parole in one non dicono mica accrescimento…"
Bottone: "Oh quanta dottrina, e tutta sprecata! Come se non si sapesse che in tutte le lingue il capriccio e il caso, col sopravvenire degli anni, ora riformano ed ora stravolgono la fisonomia e il significato di molte parole".
Botta: "Che capriccio mi vai capricciando, e che cosa! Ogni popolo s'ha formato il suo linguaggio secondo l'indole sua, cui non può rinnegare. Alcune parole ai smettono si nell'uso, e non sono poi molte, col decorrere degli anni: ma gli stravolgimenti di fisonomia e di significato, che tu dici, sono sogni o chiacchiere. Non più ciance adunque, che la è così. Tu non sej voce italiana, sei venuta qua da noi co" barbari, Galli, Brettoni, Baschi, chiamali come ti pare: qui non sei nata. Il Mazzoni Tosellí ti dice derivata - dal Brettone Bouton, bottone; o dal Gallese Bottom, d'onde il Francese Bouton, lo Spagnuolo Botton, l'Inglese Button. Nel Basco havvi Botoya".
Bottone: "Dunque, ci sto a pigione in Italia? Concedimi almeno che siano derivate da me le frasi "dar dei bottoni", "sputar bottoni", 'sbottoneggiare un bottone" e "dare un mal bottone".
Botta: "Si, te lo concedo; benché sull'altima si potrebbe far qualche dubbio. Ricordati poi, o sappi, se nol sai, signorino mio, che i Chirurghi presero il tuo barbaro nome per significare quel ferro, appunto per aver esso a capo una specie di pallottola, di cui si servono per dare il fuoco (bruciare) una ferita che volesse incancrenire; e da questo botton di fuoco, si dice, formarousi i modi, che tu stesso hai detto essere tuoi derivati, siccome insegna il Salvini (v. Gherardini, Suppl. alla v. Bottone). Odi qua: - "I detti mordaci da Omero furono appellati δαχεζυμςι mordenti il cuore, e χερτομια, parole taglianti l'anima; e noi li chiamiamo motti pungenti, piccanti; così li diciamo anche bottoni: e sbottonare, motteggiare, dai bottoni, cred'io, di fuoco, co'quali si fanno i cauterj. o vogliam dire l'incesi, i quali lasciano il segno e la margine della scottatura (Salv. Annot. Tanc. Buonar. p. 341, vol. I. Not. Al ver. 41) - (a).
Bottone: "Tu vuoi conquidermi a qualunque costo, ma io…"

Si conclude così la loro conversazione in cui Bottone non rimane persuaso da Botta, ma continua imperterrito nelle sue idee. Quest'ultima che faceva la dottoressa, mentre lui si poteva dilettare alla chirurgia. Comunque questo dialogo satirico rende l'idea sull'argomento di tratto, ricco nel linguaggio popolare e modi di esprimere in maniera figurativa i diversi significati di alcune espressioni tutt'ora espresse nel luogo comune oppure altre meno diffuse oppure ormai sorpassate e sostituite con altre più contemporanee.
Un altro esempio di questo tipo è dato da uno scritto di Fausto Raso, dove ci sono due persone mamma e figlio dove la prima spiega al secondo il significato del detto idiomatico attaccare bottone. Qui di seguito riporto un frammento del testo:

"Santo cielo!, la signora Marianna – esclamò all’improvviso Giuseppe – cambiamo strada, figliolo, se ci vede ci attacca un bottone che non finisce mai.
- Ma papà, la signora Marianna è la nostra sarta; poi i tuoi bottoni sono in ordine, non ne manca nessuno, sono tutti attaccati; di cosa ti preoccupi?
- È un modo di dire, bambino mio; voglio dire che se la signora Marianna ci vede, ci ferma e comincia a parlare, a parlare; noi andiamo di fretta e non abbiamo tempo a sufficienza per prestarle ascolto.
- Allora i bottoni non c’entrano… perché hai detto “ci attacca un bottone” quando avresti potuto dire benissimo che avrebbe cominciato a parlare? Che linguaggio usi? arabo? cispadano?
- Nessuno dei due, figliolo: “attaccare bottone” è un modo di dire proprio della nostra lingua; è una frase cosí detta idiomatica; tutte le lingue, se non sbaglio, hanno le loro frasi idiomatiche.
- Idio… che?
- Idiomatiche. L’idioma è un linguaggio proprio di un popolo; deriva dal greco “idioma” che significa particolarità, peculiarità, come indica l’aggettivo greco “idíos”, appunto.
- E attaccare bottone?
- Per spiegare l’origine di questo idiomatismo occorre tornare indietro nel tempo e occuparsi un po’ di storia della medicina, ma forse sarebbe meglio dire della chirurgia. Quando l’ “arte medico-chirurgica” non era avanzata come oggi, i sanitari per cauterizzare le ferite adoperavano uno strumento di ferro la cui estremità terminava con una sorta di pallottola simile a un bottone cui si dava fuoco. Va da sé che il paziente al quale veniva attaccato il “bottone” provava, sia pure per pochissimi secondi, un dolore intensissimo. Da ciò la locuzione “attaccare bottone” fu adoperata fuori del campo strettamente medico, in senso figurato, con il significato di parlar male di qualcuno “attaccandolo” con discorsi che gli dessero fastidio, “pungendolo” con calunnie. Con il trascorrere del tempo quest’espressione ha acquisito il significato di “affliggere”, costringere, cioè, una persona a sopportare un discorso lungo e, a volte, noioso.
- A proposito di idiomatismo, quindi di lingua, papà, molto spesso leggo sui giornali “elementarietà”; altre volte, invece, “elementarità”. La “e” in mezzo, insomma, ci vuole o no?
- No, per una “regola” grammaticale semplicissima: finiscono in “-ità” i sostantivi i cui aggettivi corrispondenti appartengono alla seconda classe, hanno, cioè, la desinenza in “e”; terminano
in “-ietà”, invece, i sostantivi i cui relativi aggettivi finiscono in “o”, vale a dire gli aggettivi della prima classe. Abbiamo, quindi, “elementarità” (senza la “e” in mezzo) perché l’aggettivo corrispondente è elementare; diciamo, invece, “varietà” perché il relativo aggettivo è vario, finisce, cioè, con la “o”.
- Stando a questa regola dovremmo dire, quindi, “umanietà” perché l’aggettivo corrispondente è “umano”, con la “o” finale.
- Semplifico la “regola”, allora: fanno in “ietà” i sostantivi derivati da aggettivi che contengono una “i” nella terminazione. Abbiamo, per tanto, “vanità” perché l’aggettivo è “vano” e “notorietà” perché il corrispondente aggettivo è “notorio”.

Questo testo offre una spiegazione a un modo di dire, ma ne esistono molti altri e all'uso della parola bottone che può essere associato ad un uso diverso da come normalmente viene identificato.

Sbottoneggiare

Un'altra termine interessante è quello di sbottoneggiare (nasce nel 1523) ovvero indicherebbe deridere in modo da recare un intenso disprezzo e un sentimento doloroso, ma in maniera celata e indiretta quindi è avvertito sola dall'interessato. In tal senso nel linguaggio gergale si dice sputare bottoni oltraggiare con forza, insultare che con una sola parola è sbottoneggiare.
Esiste una serie di esempi letterari si come potrebbe essere inserita questa parola definendola in un certo senso come dei bottoni infuocati. Un esempio è dato da Leonardo Salviati nei racconti a Granchio dove suo figlio di insultato da un doganiere e il racconto segue in questa maniera:

"nel ripassare alla porta Fortunio, parendogli d'avere ragion di farlo, per isdegno dovrà contra questi asini sbottoneggiare non so che, ond'eglino … cominciarongli di rimbecco a rispondere alle rime".

"E ogni volta che eglino si ritrovano insieme facevano una filastrocca lunga lunga... Nondimeno per essere egli figliuolo di gran cittadino, e in quegli tempi assai reputato,niuno ardiva di dirgli cosa alcuna alla scoperta, benché mille bottoni aveva sputato, e mille volte datogli a traverso, ma egli o non intendendo, o facendo la vista, ecc.". (Lasca. Cene; Nov. 4. P. 28,).

Mentre, nel secondo esempio il Casotti Celidora esprime:

"terrei dentro al cortile orsi e leoni per fare tacer più d'una buona pezza, che spesso spesso danno de' bottoni, ma temo che strappando la cavezza, non mi saltino addosso con gli ugnoni".

Menzini invece, quando descrive gli Dei degli Olimpo mentre si destreggiano nei svariati mestieri per accumulare soldi racconta:

"e Momo, che nel dare certi bottoni vedeva anch'ei di buscacchiar de' bezzi, messa su le commedie, e gl'istrioni".

Un bottone-motto molto arguto e spigliato coperto da un leggero velo di ironia sagace viene espresso in ricordo il Domenichi fra le Facezie, Motti, ecc. in cui un giovane di poco bell'aspetto e di statura piccola vedeva andare in parrocchie delle ragazze in stato di gravidanza presso la chiesa di S. Margherita. Lui ai suoi compagni disse:

"queste donne se ne vanno a S. Margherita per fare belli figliuoli." E uno di loro gli rispose: "tua madre non vi doveva già andare ella - il moccicone meritava questo bottone".
Rispetti dalla raccolta del Tigri esprime altri esempi di bottoni infuocati:
"bottoni che mi date l'altro sera, non l'ho ancora finito d'attaccare. 'N pochi l'attaccherò domani a sera. 'N pochi l'attaccherò quando mi pare. Quando per casa mia tu passerai, botton mi D'Asti, e bottoni avesti.
È non accade tanto canzonare, che qualche volta canzonerò voi; è non accade i bottoni tirati, che li bottoni lì facciamo da noi.
Tu tiri lì bottoni, ed io li prendo, ti credi ch'ioli compri, e te li vendo: tirateli i botton, e lì prendo'io, tu pensi ch'io li compro e li ho fatt'io".

In questo caso il bottone è associato il suo contenuto significativo a qualcosa di negativo ed è difficile che si discosti in altro modo. Attualmente è in disuso come termine o poco utilizzato, ma potrebbe anche tornare in auge.

Attaccabottone

Con l'espressione "attaccare o affibbiare bottone" ovvero è considerato una persona che vuole fare chiacchierare qualcuno e metterlo in una situazione ridicola.
Un esempio è dato da tale frase presa da La Masa che ha scoperto da Tentenna e si sposa con Lisa. In questo caso si crea una rete di cattiveria creata da una signora matura con gli anni dove crea una groviglio di dicerie e maldicenze contro la ragazza. Comunque il dialo segue:

"Ma: "Chi in capo l'ha, negar non può il pajuolo: non facci, chi non vuol se ne ragioni, il mal. Tentenna; sai che si suol dire, che dopo il balenar vengon i tuoni".
Tent: "O Masa, voi mi fate scristianire".
Ma: "Vuoi tu altro che Lisa, la tua casa di fusa torte non farà patire".
Tent: "Voi m'affibbiate certi botton, masa, che s'io potesse averne le certezze darei la volta al corbel delle vasa".

Il bottone in generale e nel senso figurativo non viene né donato nel senso di dare e né buttato vive cioè fare il gesto di gettare. L'immagine che si percepisce di lui è di attaccarlo o affibbiarlo. Quindi, ha anche un'altra valenza, nel senso rappresentativi vuole congiungere e mettere in evidenza qualcosa che provoca cruccio. In modo da fare chiacchierare l'interlocutore e metterlo da solo in una situazione ridicola.
La locuzione "attaccare bottone" ha anche e il più conosciuto come significato quello di tenere una conversazione lunga e noiosa per cominciare a parlargli e tentare un approccio. Questa definizione nasce intorno alla seconda metà dell'800. Si ipotizza nascita del suo significato che derivi dalla costumanza del sarto di tenere in posizione statica il cliente mentre attaccava un bottone sul indumento. Di conseguenza questo veniva tenuto fermo in una posizione scomoda. In passato, invece aveva un significato ben diversa con una connotazione ben più negativa e peggiore. Data dalla calunnia e altro. 
L'origine dell'espressione attacare bottone potrebbe trarre la sua origine da un'antica arte curativa con il cautere ed è sopravvissuta fino ai giorni nostri con il significato di "intrattenere qualcuno con chiacchiere noiose" anche se attualmente ha assorbito e ridotto giungendo solo a trattenere quindi solo al suo approccio iniziale tralasciando tutto il resto che consegue. In genere allo scopo di corteggiare o proporre in prodotto di vendita o altro. Mentre il secondo significato è la calunnia , quindi screditare qualcuno ed è di epoca antica il suo significato ed è passato di moda e in disuso è considerato un reperto storico e antidiluviano. 
Un esempio è: 

“Finita la seduta incontrai salone sottosegretario che attaccommi bottone tre quarti d’ora. Liberato corsi caffè. Vuoto. Perdonatemi, dandomi modo rintracciarvi” 

di Antonio Baldini del 1920 tratto da un suo saggio.
Locuzione ideogrammatica di attaccare bottone nel 1875, in un racconto di Giovanni Faldella scrive: 

"Pippo che ha, come si dice, il vino cattivo, aveva già incominciato ad attaccare qualche bottone al Direttore del Ballo".

Dal vocabolario delle Treccani il motto attaccare bottone ha come significato quello di iniziare a parlare con qualcuno per tentare un approccio o iniziare a parlare con qualcuno per tentare un approccio, infatti, indica anche trattenere qualcuno a lungo con chiacchiere noiose.
Su quest'ultima definizione esiste un esempio letterarie da ricordare degli anni '10 del secolo scorso, dal lessicografo Benito Mussolini. Nel suo diario di guerra datato 15 febbraio 1917 annotare le espressioni gergali dei collemattoni tra cui proprio questa attaccare bottone.
Un altro esempio degli anni '50 tratto da Bartolini del 1954 esplica:

"Ha, la donna onesta, infinito rispetto per il marito; e "ripeto" non ne dice mai male. Capisce che, senza di lui, la baracca domestica non filerebbe, ed anzi tiene, in ogni momento, bene presente tale assioma. Se qualcuno le domanda, al telefono: " C’è vostro marito?" la donna quieta ed onesta non attacca un bottone telefonico; ma, piuttosto, risponde con brevi domande. Intanto, va dal marito, e l’informa del nome del rompiscatole".

Attuare bottone si può essere messi in quella condizione al telefono, online non solo dal vivo! Durante una promozione di qualsiasi prodotto. Questo può succedere per corteggiare come accadeva offline! Infatti, digitando su qualsiasi motore di ricerca l'espressione attaccabottone suggerisce anche quello con una ragazza o un ragazzo in chat. Con l'avvento dei social media è aumentato l'uso di questa parola lessicale.
In origine questa locuzione aveva una connotazione alquanto differente da quella attuale e anche con un significato antitesi, negativo vale a dire di calunnia e considerato un bottone infuocato. Secondo il vocabolario del 1421 segala l'espressione attaccabottone con il significato dir male di qualcuno, calunniare e quindi considerato un motto pungente, una frecciatina e considerato come il verbo sbottonare e con lo stesso valore significativo. Qui cita pure un esempio nei Ricordi di Giovanni di Paolo Morelli): 

"Guarda ch’ella […] non sia troppo vana, come di vestimenti, d’ire a tutte le feste e a nozze […] ché al dì d’oggi vi s’usa gran disonestà, e di gran bottoni vi s’attacca, tali che non ne vanno se non col pezzo". 

Questo tipo di espressione può provocare moralmente in dolore sia emotivo non meno forte di quello fisico.
Nel passo Ercolano si esprime così: "veces ambiguas". Invece Benedetto Varchi lo definisce come: 

"Non solamente con due voci, come essi fanno, cioè dare, o, gittare, o, sputare bottoni, ma eziandio con una sola, sbottoneggiare, cioè dire astutamente alcun motto contra chi che sia per torgli credito e riputazione, e dargli biasimo e mala voce; il che si dice ancora appicar sonagli, e, affibiar bottoni senza ucchiegli".

Con a voce affibbiare o attaccare bottoni senza occhielli esprime l'infondatezza della diceria ingiustificata in quanto il bottone non viene applicato senza l'occhiello. Tenendo conto che suggerisce un altro ambito rispetto a quello originario ovviamente inerente alla sartoria.

Dare, gettare  e sputare bottoni

Il bottone secondo alcune espressioni figurative esempio "dare, gettare e sputare" sono parole che non vengono associate all'uso dell'abbigliamento. Mentre, in realtà sono verbi utilizzati nel linguaggio gergale che hanno un significato di "cosa detta", può essere comparato e stabilito come una locuzione per indicare "dare giudizi, "gettare anatemi", "sputare sentenze" e così via. Inoltre, si potrebbe utilizzare io termine sbottoneggiare che deriva dal latino (convicia ingerere, contumelias inferre) e greco. Letteralmente e propriamente significherebbe "levare i bottoni dagli occhielli", "aprir la veste", quest'ultimo ha un significato non figurativo diverso da quello di sbottoneggiare, di cui si tratta in questo contesto. Metaforicamente potrebbe indicare anche "aprir l'animo suo", "sfogarsi", "manifestar cose prima chiuse e segrete", e "per lo più a cagion dello sdegno ch' entro ribolle". Un esempio è di Francesco Baldovino in "Chi la sorte ha nemica, usi l'ingegno" del 1763 scrive: 

"Mone contadino dice: "Scolta un po 'me. S'i' sbottono, si grida un giorno intero, Ch ' e' non mi tocca manco a dir galizia ", Voleva dir Mone, che s'egli avesse manifestato le tresche d'uno de'suoi padroni, note a lui solo, se ne sarebbe fatto di certo un gran dire in casa".

Si può dire bottone per indicare le villanie e maldicenze con espressione di bottonada, frecciata, bottota un esempio è: 

"Dar'na botonada vivere dare una frecciata, una bottota". Nel Veneziano si dice: "botonàr, sbottoneggiare, bottoneggiare, sbottonare, bottonare, motteggiare o punger con motti". 

Botta e bottonada bottone o affibiare. Ovvero, vuol intendere quel esprimersi in maniera coperta che con acuto locuzione punge altrui persone.
Dare dei bottoni maligni non cessano di esistere dei postulati.
Dare un bottone, sbottoneggiare, gettare un bottone sputarlo o attaccarlo parlare alla lontana sbottonare affibbiare bottoni senza occhielli.
In sostanza è dire astutamente un motto contro chi che sia per toglierli credito e reputazione o dargli biasimo e mala voce.
In base al dialetto e alle regionalità in cui viene utilizzata questa parola cambia ad esempio butunada è bergamasca, botonada è veronese, botonàr è Veneziano, ecc.
Il Benedetto Varchi nella Storia dice: 

"non poteva tenersi che aleuna volta non sputasse aleun bottone". 

Pertanto queste parole pungenti vengono definite sbottoneggiare cioè colpire altre persone con frasi coperte. Talvolta sbottoneggiare viene definito anche bestemmiare, maledire, ecc.
Bottata motto pungente esempio: 

"parland jer sira dla faccenda del colleg, el ma dà du o tri botton, ma mi a j' ho tasù sempr".

Ovvero tradotto in italiano comprensibile si potrebbe dire: 

"parlando ieri sera della faccenda del collegio, mi ha dato due o tre bottoni, ma io ho taciuto sempre".

Un modo di dire è quello di "gettare un mal bottone" una citazione tratta dalla Cronaca Morelliana è scritto: 

"al di d'oggi si usa gran disonestà, e di gran bottoni vi s'attacca, tale che non ne vanno se non col pezzo".

Negli antichi Sonetti si legge: 

"e tal porge botton, ch'è tutto ucchielli, che non dovrebbe sbottoneggiare".

Il Davanzati nel XII secolo, parla di Agrippina spaventata da Claudio ebbro nel vedere un bottone allacciato male. Mentre, il Fiorenzuola getta qualche bottone per scoprire il pensiero degli altri. Il Varchi nella Storie accenna che qualcuno non potenza tenersi niente da non ispirare alcun bottone. 
Il Bindi dice: 

"un mal bottone, una brutta parola. Il popolo toscano dice nell'istesso senso:dare una bottata".

Nel Ercolano dei Benedetto Varchi pubblicata per la prima volta nel 1570, cita di dare, gettare, sputare e sbottoneggiare il bottone per indicare astutamente un motto di chiunque voglia togliere credito, reputazione mentre vuole dargli biasimo e mala voce. In questo caso si potrebbe dire appiccare sonagli, affibbiare bottoni senza occhielli.
Nel XIV secolo negli Annali al n. 44 vi è scritto:

"se ha noi al presente sopra questo caso avessimo a deliberare per la prima volta, crederemo, uno schiavo per ardito amazar il padrone senza averne sputato prima qualche bottone o minaccia o parola non saggia!..."

Inoltre, è presente anche un'annotazione e dice:

"Senza averne mandato fuori qualche motto. Bottone dicesi di parola velenosa gittata così di traverso contro alcuno. Non è vivo oggi, ma è ben vivo sbottoneggiare...".

Si dice: "tal porge bottoni, che è tutto occhielli". Ovvero vuole significare tale dice male d'altri, che è pieno di vizi. Comunemente si potrebbe dire affibbiare bottoni senza occhielli o attualmente con un linguaggio più gergale e contemporaneo si utilizza attaccare bottoni senza occhielli.
Una modo di dire simile ma con significato totalmente di verso da quest'ultimo è quello di sbottonare e rappresenta una persona chiusa in se stessa, che non si vuole aprire con gli altri, prudente e riservata. Nel senso figurativo si potrebbe dire: "con me non si è voluto sbottonare". Indica una persona difficile che con fatica manifesta il suo pensiero.

Bottoni figurativi

Riassumendo in poche righe il contenuto dell'articolo è:
  • "Sbottonarsi" o "sbottonare": in senso figurato vuol dire parlare apertamente, dire e confidare senza reticenza tutto quello che si pensa e che si sa. Nel linguaggio per esempio si potrebbe dire: “con me non si è voluto sbottonare’; “oppure è un uomo prudente e riservato, che non si sbottona facilmente”;
  • "Abbottonato": chiunque sia cauto, prudente, chiuso, riservato oppure non parla e neppure si confida;
  • "Asola e bottone": sono delle persone molto unite e passano il tempo a confabulare tra di loro;
  • "Chiudersi l'abito e simili con bottoni": chiudersi nel silenzio per riserbo o cautela;
  • "Non valere un bottone" o "non stimare un bottone": avere poco valore;
  • "Attaccare un bottone a qualcuno" o "attaccabottone": trattenere qualcuno con chiacchiere inutili e noiose. Se è detta nei confronti di una donna, può sottintendere lo scopo di corteggiarla. Con l'andar del tempo il detto ha subito una deviazione, poiché in origine attaccare bottoni significava parlar male di qualcuno;
  • "La stanza dei bottoni": luogo dove si esercita il potere o posto di comando;
  • "Stare dalla parte dei bottoni": prendersela sul sicuro, fare qualcosa in modo da non avere problemi dopo;
  • "Il bottone non può stare senza occhiello": è quando due cose sono in funzione l'una dell'altra, non hanno senso prese singolarmente;
  • "Senza cinghie né bottoni, buona notte pantaloni!": usar prudenza;
  • "Tanti occhielli, tanti bottoni"; usato come doppio senso;
  • "Il nido all'uccello e al bottone l'occhiello": utilizzato come doppio senso ed è evidente;
  • "Per aver trovato un bottone non si fa un vestito": spesso una piccola fortuna, per poter essere sfruttata, richiede un costo tale che in conclusione porta più spese che guadagni;
  • "Per aver cucito un bottone non si diventa sarti": dunque non basta aver eseguito un piccolo particolare, un'operazione da nulla, per affermare di saper fare il mestiere che richiede invece un complesso di conoscenze. Non basta un solo elemento per qualificare un complesso di cose;
  • "Bottata": dare, attaccare, sputare bottoni e simili, appiccare sonagli e affibbiato bottoni senza occhielli: dialogo pungente;
  • "Sbottoneggiare": vedi bottata;
  • "Non aver tre bottoni": non aver niente;
  • "Dar bottoni e simili": vale a dire semplicemente interrogare destramente per sapere chicchessia;
  • "La vita è un bottone: sta attaccata ad un filo" ovvero la vita segue un percorso ricco di speranza, delusioni, amori, ecc. ed è facile che come tutto iniziò e segue un suo percorso che può essere facile come difficile, ma ad un certo punto potrebbe anche spezzarsi o terminare;
  • "Il filo della speranza non serve neppure ad attaccare" un bottone vale a dire che con la speranza non si fa nulla solo con quella;
  • "Nessuno nasce con i calzoni abbottonati" cioè nessuno nasce già vestito e con tutto;
  • "Senza asola il bottone ciondola";
  • "Per attaccare un bottone tutti i fili son buoni".
Il bottone è qualcosa secondo me di poco banale che può essere ritrovato in molti ambiti anche i più insoliti e sconosciuti. Anche all'interno di alcune figure idiomatiche.
Sappiate che anche nelle altre culture straniere come gli inglesi hanno anche loro i loro modi di dire:
  • On the button: perfettamente giusto, oppure al posto giusto e al momento giusto. Un esempio è i was right on the button ovvero avere perfetto ragione;
  • Push the right button: premere il bottone giusto cioè lavorare per realizzare i propri obbiettivi;
  • If you want to be accepted in your neighbourhood you have to push the right button and go to church: se vuoi essere accettato nel quartiere devi fare il necessario ed andare in chiesa;
  • Push the panic button: premere il bottone del panico vale a dire letteralmente in italiano farsi prendere dal panico. Un esempio potrebbe essere: "don’t push the panic button. We have another week to finish the job" che significa non farti prendere dal panico. Abbiamo un’altra settimana per finire il lavoro;
  • Bright as a button: chiaro come un bottone ed indica una persona molto intelligente e scaltra. In una frase potrebbe essere inserita così: my son is bright as a button (mio figlio è molto intelligente.
All'interno della cultura linguistica francese sono presenti alcune locuzioni e sarebbero:
  • À ventre déboutonnè: è caratterizzata da alcune azioni in maniera spropositata e sfrenata senza alcun centennio come ridere, mangiare con lo stomaco sbottonato;
  • La veste o la tonaca retta da un solo bottone si dice di una persona che è pronta a lasciare la veste di avvocato o di professore poiché l'indumento rappresenta il suo lavoro. In alternativa si potrebbe dire "prendre au bouton" (tradotto "prendi il bottone") per riassumere lo spirito di disciplina militare;
  • Ne tenir qu'à un bouton: aggrapparsi ad un bottone indica una persona molto insicura;
  • Mettre le bouton haut: alzare il bottone, rendere difficile e costoso;
  • Mettere il cavallo sotto il bottone indica accorciare e stringere le redini usando il bottone della briglia che sarebbe un anello di cuoio che corre lungo le redini e serve a stringerle;
  • Serrer le bouton à quelqu'n: spremere il bottone a qualcuno ovvero prenderlo bruscamente anche minacciarlo.
Sicuramente, ma non ne sono certa, esistono molti altri detti mordaci e proverbi sia in italiano che in altre lingue straniere presenti in altre culture popolari. Il bottone, offre molti spunti e incontri presenti in molti contesti differenti. Qui si è analizzato la sua presenza, nel creare un dialogo nel sua aspetto di locuzione, il suo cambiamento di significato e di uso con il trascorrere dei secoli. Ma questo è solo un suo aspetto ha molto altro da offrire.

Bibliografia

BUONARROTI MICHELANGELO (il giovane), La fiera commedia, Stamperia di S.A.R. per il Tartini e Franchi, Firenze, 1726.
Dizionario delle origini invenzioni e scoperte nelle arti, nelle scienze, nella geografia, nel commercio, nell'agricoltura, ecc. ecc., Tomo 1, opera compilata da una società di letterari italiani, Tipografia di Angelo Bonfanti, Milano, 1828.
CARRER LUIGI E FEDERICI FORTUNATO, Dizionario della lingua italiana, Vol. 1 e 6, Tipografia della Minerva, Padova, 1827.
EMMANUEL E ROCCO, Vocabolario del dialetto napoletano, Bernardino Ciao Editore-Libraio, Napoli, 1882.
MENZINI BENEDETTO, Le satire di Benedetto Menzini poeta Fiorentino con le note e postume dell'abbate Rinaldo Maria Bracci, Gennaro Rota Stampatore, Napoli, 1763.
PARISET CARLO, Vocabolario parmigiano-italiano, vol. 1 A-L, Ferrari e Pellegrini Tipografi e librai-editori successori Adorni, Parma, 1885.
POLLIDORI CASTELLANI ORNELLA, In riva al fiume della lingua: studi di linguistica e filologia (1961-2002), Salerno Editore, Roma, 2004.
Studi linguistici italiani, vol. 14-15, Edizione Universitaria, 1988.

Sitografia

https://www.aforismario.eu/2019/10/frasi-bottoni.html?m=1
https://dizionario.internazionale.it/parola/sbottoneggiare
http://www.ilmioinglese.com/2009/11/20/espressioni-idiomatiche-in-inglese-che-contengono-la-parola-button-bottone/
https://m.paginainizio.com/genio.php?id=1267
https://www.rossovenexiano.com/blog/quando-attaccano-un-bottone
http://thebutton-historythings.blogspot.com/2012/11/modi-di-dire-proverbi.html?m=1#:~:text=Proverbi%2Cmodi%20di%20dire%20e%20palindromi,-Attaccar%20bottone%3A%20rivolgere&text=Qui%20l'origine%20della%20frase,non%20pu%C3%B2%20stare%20senza%20occhiello.
https://www.treccani.it/magazine/lingua_italiana/articoli/parole/Modi_di_dire2.htmlhttps://www.treccani.it/vocabolario/sbottonare/
button: definizione di button, citazioni, esempi e uso di bouton nel dizionario di French Littré adattato dal grande dizionario della lingua francese di Emile Littré (reverso.net)


Rivista

Focus, n. 346, 20 luglio 2021,Gruppo Mondadori, Italia.

Aggiornamento del 04/01/2022.
Aggiornamento del 16/03/2022.

venerdì 18 giugno 2021

Spilloni

Esempi di alcuni spilloni.

Lo spillone deriva dallo spillo (dal latino spinula), veniva ricavato, in origine, da diversi materiali quali potrebbero essere anche una spina, una lisca, un osso o un legno lavorato. In seguito questo venne prodotto in bronzo e in altri metalli. Pertanto, anche gli Eschimesi usavano per l'abbigliamento lisce di pesci, pezzi d'osso, di corno di renna e d'avorio di animali marini.
Gli spilloni erano diffusi nell’Età del bronzo e per tutti l’intera Età del Ferro e assomigliano ad un grosso spillo. Questi avevano la funzione di unire e trattenere le vesti (mantelli e tuniche) appuntati sulle spalle, sul petto, sulle braccia, sulla vita e sui fianchi in modo tale da creare anche dei drappeggi. Potevano raggiungere i dodici cm. Sono formati da una grossa capocchia, fatta in metallo, con un tondino rigonfiato che serve per impedirgli di sfilarsi. Mentre, il resto è sottile con l’estremità appuntita per permettere di essere infilato dove serve. In alternativa, gli spilloni potevano essere realizzati in avorio, osso, legno, bronzo, argento oggi anche in acciaio inossidabile. Infatti, la capocchia poteva essere prodotta in un materiale differente rispetto al gambo come il vetro, l’avorio, la perla, lo smalto, la madreperla, le pietre dure e possono rendere tale oggetto ulteriormente ancora più prezioso.
Pertanto, però gli spilloni, sono riconducibili perché di peso e dimensioni maggiori cioè sono più lunghi e con la capocchia più grande, rispetto a quella di un normale spillo. Inoltre, quelli adoperati nell’abbigliamento, alcuni forse sono dotati di perforazioni realizzate a posta; si pensa che potevano servire per l’inserimento di lacci. Inoltre, sono caratterizzati da un collo ingrossato o dalla presenza di noduli e di costolature. Tutti quest'ultimi venivano utilizzati come ferma-pieghe.
In epoca romana sono stati ritrovati degli splendidi esemplari con la grande capocchia lavorata con motivi ornamentali o simboli. Inoltre, le matrone gli adoperavano in oro per fermare le vesti oppure per trattenere le acconciature come pure le etrusche a sua volta facevano nello stesso modo. Così potevano fermare sulla sommità della testa i capelli raccolti a treccia.
Esistono varie tipologie di spilloni preistorici:
  • a drago;
  • a rotolo;
  • a riccio;
  • a pastorale tipo San Vitale;
  • con perforazione ad asola tipo castagna;
  • con capocchia troncoconica e collo ingrossato;
  • con capocchia a tromba;
  • tipo torri d’Arcugnano;
  • con capocchia biconica tipo Moncucco;
  • a capocchia di chiodo;
  • tipo Sarteano;
  • con capocchia ovoide liscia;
  • tipo Sover;
  • con capocchia a globetti schiacciato;
  • tipo castello valtravaglia;
  • con capocchia a vaso;
  • ad ombrellino tipo Fano;
  • con capocchia a noduli serrati;
  • a capocchia a rotella ha delle varianti di capocchia e sono:
    • o a 6 raggi tipo Narce;
    • o a 5 raggi;
    • o con 8 raggi tipo Vetulonia;
    • o con doppio ordine di raggi;
    • o con foro circolari;
    • o tipo Chianciano;
    • o a 7 fori;
    • o a 6 fori;
    • o con due ordini di piccoli fori.
Gli spilloni per l’abbottonare dopo gli antichi greci e romani penso che non ci sono altre testimonianze del loro utilizzo. In sostituzioni a questi ci sono le spille di sicurezza, fibule e fermacravatte. Oltre all'utilizzo di altri metodi di allacciare come il velcro, cerniera e bottone.

Sitografia

https://www.treccani.it/vocabolario/spillone/
https://www.academia.edu/7288812/Le_fibule_dal_V_al_I_sec_a_C_Le_fibule_a_cerniera_dalla_met%C3%A0_del_I_a_C_al_II_secolo_d_C?auto=download

Aggiornamento del 15/03/2022.

giovedì 17 giugno 2021

Bizantini

L'eredità degli antichi romani era raccolta dai Bizantini (330 - 1.453). Loro davano valore sugli elementi decorativi rispetto all'essenziale tipico realismo della romanità. La linea è rigida, a forma di trapezio. Indossavano la tunica chiamata bizantina. Questa era caratterizzata da bande ornamentali, partono dalle spalle conosciute come clavi.
Inoltre, indossavano un mantello di stoffa ovale dal nome di penula. Questo aveva un foro al centro per il passaggio della testa.
Utilizzavano i mantelli quello più adoperato si allaccia sulla spalla destra tramite fibula nominato clamide. Mentre, fra i pellegrini cristiani era preferito un mantello più tradizionale di ispirazione greco-romana denominato pallio.
Come mantello utilizzavano anche il sagum, di forma rettangolare allacciato sulla spalla con una spilla. Originariamente era utilizzato dai militari conosciuto anche con il nome sago adoperato anche dai mirati romani di forma quadrata di origine gallica appoggiato sulla spalle e affibbiato sul petto.
Decoravano in abbondanza i loro capi d'abbigliamento perfino inserendo delle gemme per arricchire le bande. Queste hanno un bene specifico e sono conosciuti come loron. Segno distintivo della fasce sociali era il tablion che sarebbe un rettangolo lo di stoffa colorato applicato sul davanti del mantello. Infine, si mettevano tantissimi gioielli per ostentare la loro ricchezza. Questo ovviamente nelle classi più agiate, il popolo meno agiato non se lo poteva permettere.
I Bizantini non utilizzavano i bottoni a meno che io sappia. Perline è quello che si può dedurre, attraverso i mosaici presenti sulle varie basiliche a Ravenna. Questo per quanto riguarda il primo periodo del loro impero. Infatti, spesso e volentieri loro sfoggiavano le fibule come mezzo per allacciare gli indumenti. Il loro abbigliamento è costituito una tunica di linea morbida che dà l'impressione da potersi infilare dalla testa senza bisogno la necessità di aperture e chiusure ulteriori. In alternativa si potrebbe ipotizzare l’utilizzo dei lacci, ma non ho fonti certi. Comunque è escluso qualsiasi utilizzo dei bottoni da parte loro.
Un collegamento dalla fibula al bottone si potrebbe introdurre con i fermagli dell'epoca bizantina. Infatti, gli imperatori e i personaggi di corte sono raffigurati con delle fibule su dei mosaici nelle chiese e basiliche o sulle monete, risalenti IV - VI secolo. Queste fibule venivano applicate sulla spalla destra e di forma circolare, fungevano da unione di due pezzi di stoffa. Pertanto, si potrebbe ipotizzare che il bottone sia un’evoluzione della spilla sostituendo l'ago metallico con un gambo.
Siccome l'impero Bizantino percorre diversi secoli, si espande verso oriente, di conseguenza subisce delle influenze arabe - turche, anche da alte culture, con il tempo cambiano le esigenza e le usanze nel campo dell'abbigliamento. Ragionando cronologicamente questo impero esiste ancora quando si instaura il Medioevo. Ha un effetto positivo in quanto è un popolo attivo nel diffondere l'utilizzo dei bottoni intorno al XIII secolo perché loro ancora esistevano in quel dato periodo storico. Tenendo conto di questa affermazione nel periodo tardo Bizantino iniziarono ad utilizzare un indumento lungo destinato all'abbigliamento maschile definito kabbadion conosciuto in Italia con il nome di caban o considerato come una sorta di caftano oppure gabbano. Si è diffuso tra XIII - XV secolo. Questo presenta in diverse raffigurazioni del periodo una fitta fila di bottoni sul centro davanti che permetteva di chiudere l'indumento. Generalmente si presenta come una veste lunga, termina alle caviglie e abbastanza attillato simile ad un attuale cappotto.



Ritratto del granduca Alexios Apokaukos e fa parte di una collezione del manoscritto delle "Opere di Ippocrate" da lui commissionata nei primi anni del 1340. Immagine trovata alla mostra del Metropolitan Museum of Art. Manoscritto conservato presso la Bibliothèque Nationale de France, Département des Manuscrits, Parigi.
È stato rappresentato con l'abito
nel suo ufficio. In particolare indossa un kabbadion blu, riccamente decorato e lo skaranikon, un copricapo cerimoniale, raffigurante l'imperatore regnante.


Costantino Acropolita o Acropolide, particolare della cornice dell'icona in argento sbalzato. Fotografia da 
 A. V. Bank, Byzantine Art in the Collections of Soviet Museums (Leningrad, 1977), fig. 245.

Questi sono gli unici due esempi attualmente, facilmente individuabili e rappresentavi. Rendono l'idea di come si è inserito il bottone all'interno dell'abbigliamento in un popolo che di base non lo utilizzava.

Bibliografia

MAUGERI VINCENZA, PAFFUMI ANGELA, Percorsi di storia della moda e del costume, volume 1, Calderini edagricole editore, 2002, Padova.
MARANGONI GIORGIO, Evoluzione storica e stilistica della moda, dalle antiche civiltà mediterranee al Rinascimento, volume 1, Edizioni S.M.C., 1997, Milano.
MARANGONI GIORGIO, Piccolo atlante storico della moda, quarantacinque secoli di storia del costume in sessantotto tavole a colori di Aldo Beltrami, Edizioni S.M.C., 1998, Milano.
FERRIGNI COCCOLUTO PIETRO, I bottoni nell'arte e nella storia, Colonnese Editore, 1993, ed. 2, Napoli.
SAKEL DEAN, Byzantine culture: Papers from conferenze "Byzantine days of Istanbul", held on the occasion of Istanbul being Europea Cultural Capital 2010, Istanbul, 21-23 May 2010,  Ankara: Türk Tarih Kurumu, 2014.

Catalogo

PARTESOTTI SILIPRANDI LEDA, Il bottone racconta, un viaggio nel costume nella piccola bellezza con un fedele testimone del suo tempo, Wigwam Editore, 2017, Vigorovea.

Aggiornamento del 09/09/2021.

Bottone-perlina

Bottoni-perline, tavola IX tratta da Eisen, Gustavus. “Button Beads-With Special Reference to Those of the Etruscan and Roman Periods.” American Journal of Archaeology, vol. 20, no. 3, Archaeological Institute of America, 1916, pp. 308.

Durante il periodo etrusco e nonché ai tempi dell’Impero Romano, erano particolare comuni in tutto il territorio italiano, degli oggetti di forma circolare. Questi vengono inseriti nella classe dei bottoni e generalmente sono in vetro. Si pensa che siano importati da altri luoghi poiché sono molto comuni in Siria e in Egitto. Eppure sembra che siano qualcosa di universale. Siccome ancora poche persone studiano questo argomento di conseguenza non ci sono argomentazioni certe e sicure in tale materiale.
Una cosa certa è quella di essere utilizzati come ornamento alla maniera dell'antico Egitto. Quindi dovevano essere utilizzati in qualità di “bottoni-perline”, come una unità in alcune collane oppure come pendenti. Questi oggetti sono di un'estrema bellezza e accurata lavorazione artistica.
In generale hanno una aspetto circolare, ovale, piatto, convesso e convesso-concavo. Solitamente solo nelle superfici coniche venivano deliberatamente ornate, dipinte, mentre le altre restano grezze. Inoltre la parte restante non presenta ne foro e neppure il gambo, oppure hanno un foro al centro. Quest'ultimi sono rare durante il periodo etrusco, e mai comune durante l'epoca romana.
I bottoni-perlina sono tendenzialmente di forma circolare, conica od ovoidale e a piacere venivano colorati sopra. Sono stati ritrovati alcuni bottoni di forma ovale in vetro fenicio. Inoltre, in vari musei come a Bologna, Ancona, Firenze, Roma, ecc., sono presenti questi articoli classificati come bottoni o oggetti di natura sconosciuta oppure altro.
Alcuni di questi sono stati ritrovati all'interno di vasi e datati intorno alla metà del V secolo. Mentre in un altro bottone è stato scoperto in una tomba a Montefortino, datata al IV secolo a.C.

Bibliografia

American journal of archaeology, vol. 20, no 3 (jul. - sep. 1916) pag. 299-307, Button beads with special referente to those of the etruscan and Roman periods.
KRZYSZKOWSKA OLGA, Aegean seals: an introduction, Institute of Classical Studies, School of Advanced Study, University of London, 2005.

Sitografia

https://www.journals.uchicago.edu/doi/pdf/10.2307/497166

Aggiornamento del 16/03/2022.

Bottone-sigillo


Bottone-sigillo di Kot Diji, secondo il saggio di Asko Parpola Beginnings of Indian Astronomy with Reference to a Parallel Development in China questo oggetto ritrovato probabilmente nelle sepolture della cultura Yangshao a Puyang nel 1987 suggerisce dalla sua elaborata decorazione un inizio di idee di astronomia e cosmologia del calendario lunare-solare cinese.

Nell'Età del pronte in particolare nell'Egeo si attestano dei ritrovamenti di alcuni sigilli incisi che ancora non sono riusciti a capire con precisione quale funzione pratica avessero. Questi sono stati realizzati con estrema precisione e raffinatezza, di una qualità tecnica ineguagliabile. Sembrano delle mini opere d'arte. In tale caso si ipotizza che potessero essere guardati e letti in qualsiasi modo ed essere impiegati per identificare lo status sociale e interconnessioni all'interno dell'Egeo e oltre.
È da ricordare che la maggior parte dei sigilli sono stati ritrovati in delle tombe o in delle rovine di antiche città.
In particolare un archeologo inglese Arthur Evans (1.851 - 1.941), ha riportato alla luce dei sigilli con iscrizioni insolite. Questo avveniva durante gli scavi a Creta e dove ritrovò le rovine dell'antico palazzo di Cnosso stesso dagli stessi abitanti che lui chiamò Minoici che deriva dal mitologico re cretese Minosse. Inoltre, ci sono stati numerosi collezionisti e studiosi di questo argomento come la storica dell'arte britannica Joan Evans. Lei ha iniziato ad acquistare i primi sigilli ad Atene, però ha continuato sistematicamente la sua grande ricarica intorno al 1.894.
I sigilli potevano servire per segnare, identificare e proteggere. Pertanto, venivano riposto su un pezzo di argilla, sul bordo di un contenitore di legno, vimini, ceramica o su una pergamena. Comprimendo l'argilla con un motivo riconoscibile assicurava il contenuto di rimanere intatto. Questi non hanno sola la funzione di “sigillatura”, ma si suppone molte altre funzioni, che non si escludono a vicenda. Inoltre, subiscono delle variazioni con il cambiare nel tempo, con l'aumentare della complessità sociale e le richieste amministrative in continua crescita.
Sotto questo aspetto si nascondono alcuni obiettivi specifici, ovvero controllare, garantire, autorizzare o etichettare.
Nel secondo millennio iniziano a comparire dei sigilli strutturati da grumi di argilla formata attorno a un pezzo di corda semplice o annodata. Forse lo scopo principale di questi oggetti era quello di etichettare. Inoltre, se di forme tonde e con noduli erano ottenute da pezzi di argilla appositamente modellati con impresso il sigillo. Questi potevano servire come ricevute per confermare o convalidare particolari tipi di transazioni.
Potevano avere una funzione di ornamento personale e simboli di stato. Vale la pena notare che nell'Egeo sono stati ritrovati una grande varietà di forme nei periodi EM II (Ellenico Medio in Grecia continentale 2.100 - 1.500 a. C.) - MM II (Medio Minoico a Creta 2.160 - 1.600 a. C.).
I sigilli egei sono normalmente dotati di fori per le stringhe e potrebbe essere indossato come ciondoli. Nell'affresco della processione di Cnosso, il Cupbearer indossa un lenticolare fatto di una pietra a fasce, presumibilmente agata, i fori delle corde decorato con granulazione. Perché i cerchi degli anelli con sigillo minoico sono spesso estremamente piccoli, alcuni ritengono che servissero come ciondoli piuttosto che come anelli da dito. Tuttavia, la maggior parte avrebbe potuto essere indossata da individui di bassa statura e corporatura esile. In contrasto con i sigilli micenea hanno spesso cerchi abbastanza grandi da poter essere indossati comodamente su a mano moderna.
Per realizzare i sigilli venivano impiegati vari materiali che cambiano con il tempo e in base al luogo di produzione.
Infatti, molti sigilli provenienti dell'Egeo sono stati modellati in argilla, ossa, avorio, vetro, oro e altri metalli.
Al contrario, i laboratori cretesi sono considerevoli uso di pietre locali molli (clorite, steatite e serpentino). Le pietre tenero, venivano unite insieme con osso e avorio. Gli incisori cretesi cominciavano a lavorare con una gamma di semi-preziosi duri pietre. Questi includono jaspers opachi e quarzi traslucidi, come l'agata, corniola, calcedonio blu, cristallo di rocca e ametista. Alcune di queste pietre (ad esempio la roccia cristallo e diaspro). Ma altri (ad esempio ametista, ematite, lapislazzuli) furono certamente importanti e come la richiesta di pietre di alta qualità è aumentata, l'offerta estera è probabilmente cresciuta di importanza.
In alcuni territori quali Arpachiyah, Tepe Gawra e altri primi vicini del Medio Oriente sono stati ritrovati degli oggetti spesso considerati come dei bottoni circolari o rettangolari e forati. Anche questi erano considerati dei piccoli pendenti zoomorfi o geometrici con linee decorazione.
Molti sono fatti da morbide pietre locali, pietre dure semi-preziose, tra cui corniola e roccia cristallo. Nella metà del quarto millennio, i bottoni-sigilli appaiono a Susa nel sud-ovest dell'Iran, Tell Brak e Uruk nel nord della Siria e l'Iraq del sud. Successivamente questi regnarono supremi in Mesopotamia e nel tempo la moda si diffuse nelle terre adiacenti. Inizialmente utilizzato su sfere di argilla e tavolette numerate. Inoltre, sono rimasti strettamente legate all'amministrazione delle compresse nel Vicino Oriente durante il terzo e il secondo millennio. A volte venivano usati per sigillare l'argilla buste; a volte venivano arrotolati direttamente sul compresse stesse. Questa pratica non fu mai adottata nell'Egeo, poiché loro utilizzavo delle tavole per i documenti.
In Anatolia i bottoni furono adottati solo durante il periodo delle colonie assire (intorno al 1.900 - 1.750 a. C.) e anche allora non hanno sostituito completamente i sigilli.
Nella tomba Platanos B, sono stati ritrovati due bottoni-sigilli babilonese di ematite.
Alcuni sigilli cilindrici del Vicino Oriente deviati nell'Egeo durante l'EBA (Antica Età del Bronzo, 2.300/2.000 - 1650 a. C.), probabilmente innescando la breve moda che si diffuse in tutto il territorio circostante. Alcuni erano senza dubbio considerati curiosità esotiche e sono stati ri-incisi. Altri potrebbero essere stati tagliati per produrre lapislazzuli o altre pietre preziose per sigilli e gioielli. Durante l'LBA (periodo Tardo Età del Bronzo, 1.350/1.300 - 1.200 a. C.), gli incisori dell'Egeo conservarono (o copiata) la forma cilindrica solo occasionalmente.
Il bottone a diaspro di Knossos è stato ovviamente inciso con utensili rotanti e con disegni simili si verificano anche nella pietra tenera e metallo. Una finissima Petschaft d'argento di Mochlos, incisa con un motivo a raggiera, aiuta ad illustrare come i disegni astratti possono essere ravvivati da aggiunte minori e essere sottilmente trasformato in motivi di carattere vagamente pittorico. Invece di semplice lineare raggi, il sigillo di Mochlos ha petali sottili (o foglie?) che si alternano a ramoscelli elementi. Motivi di questo tipo sono talvolta chiamati “pittorializzazione” - un po’ brutto, ma il termine innegabilmente utile, perché l'esito non è mai puramente “pittorico” e l'ispirazione è invariabilmente astratto. Una volta compreso il principio di base, possiamo vederlo al lavoro innumerevoli sigilli proto-palatali. I motivi pittorici non sono confinati nel sito archeologico a Festo a Creta deposito e i relativi sigilli, ma sono liberamente utilizzati anche sui prismi di steatite e sui sigilli geroglifici. Questo è particolarmente interessante dal momento che altre facce degli stessi sigilli spesso portano motivi puramente pittorici. Ad esempio, un prisma del laboratorio di Mallia ha un ramoscello a croce piena di punti pieni su una faccia, un motivo vorticoso su un'altra faccia e una figura maschile tenendo una freccia sul terzo. I disegni spiraliformi, sempre più diffusi nell'arte minoica, svolgono un ruolo importante nel proto-palato glittica. Sembrano capaci di variazione quasi infinite a volte disposti in rotazione modelli, come le dicevo a “S” qualche volta trasformato in deliziosi motivi floreali, come la spirale a “C” su un bottone dello stesso sito.
I volti di questi bottoni-sigilli normalmente vanno da 1,0-1,5 cm di diametro e infatti la maggior sono di piccole dimensioni. Alcuni di questi sono così piccoli, misurano non più di 1,5 x 0,5 cm.
Durante il periodo neo-palato i bottoni e prismi a quattro lati vengono abbandonati, probabilmente all'inizio di MM III (1.550 - 1700 a. C.). I prismi a tre lati non si verificano più nelle pietre morbide e sono molto meno comuni di prima; le loro facce convesse sono rotonde o a forma di mandorla. I discoidi bifacciali lasciano il posto ai lentini, solitamente incisi su una singola faccia. Gli amigdaloidi sono anche popolari, specialmente per lo stile "talismanico". Alcuni sono allungati e hanno schienali elegantemente sfaccettati; loro sono a volte usato per composizioni verticali.

Bibliografia

FLINDERS PETRIE, Buttons and design scarabs, London British Scholl of archaeology in Egypt University College, Gower Street, w.c. I, and Bernard Quaritch II Grafton Street, New Bond Street, W., 1925.
KRZYSZKOWSKA OLGA, Aegean seals: an introduction, Institute of Classical Studies, School of Advanced Study, University of London, 2005.

Aggiornamento del 16/03/2022.


Bottoni nella civiltà minoica e micenea


Tesoro di priamo, braccialetti a forma di anelli in oro; collana con perline d'oro, pendenti, placchette e bottoni, tutti sono oro. In questa fotografia è interessante notare sulla collane tutti questi piccoli oggettini a forma di bottone con il gambo in oro che la decorano e la rifiniscono donandole un aspetto diverso e più ricco. Tali elementi vengo utilizzati come se fossero delle perline.

La civiltà Minoica era abile nel taglio della stoffa riusciva a realizzare dei modelli complicati strutturalmente. Abbigliamento antico 2.500 - 2.000 a. C. gli uomini utilizzavano il perizoma. Mentre, in quello femminile adoperavano la gonna a campana e un corsetto che lasciava scoperto i seni. Successivamente veniva sovrapposto un doppio grembiule.
Nel 1.400 - 1.200 a. C. circa a Creta in seguito le invasioni delle popolazioni nordiche il centro culturale e politico si dovettero trasferire nel Peloponneso in particolare nelle città di Minosse, Argo, Toronto e Pilo. Per individuare qualche riferimento all'abbigliamento utilizzato da questa occorre fare riferimento ai affreschi rimasti sui palazzi antichi. Questi raffigurano in maggioranza temi incentrati sulle attività eroiche come di caccia, di guerra, oppure processioni di personaggi maschile e femminili. Solitamente entrambi i sessi venivano rappresentati con indosso degli indumenti con tessuti decorati e con colori sgargianti (rosso, giallo e celeste o blu).
Nel costume femminili si possono individuare delle caratteristiche genetiche su cosa potevano indossare. In particolare loro portavano una gonna pantalone rifinita con balze, corpetto a maniche corte e una cintura in vita. Mentre nell'abbigliamento maschile indossavano dei pantaloni corti cuciti e ornati con nappe. Questo durò finché nel XII secolo a. C. circa i Dori stravolsero completamente la civiltà Minoica.
Nei tempi antichi il bottone simboleggiava sfarzo e ricchezza, come testimoniano i bottoni d'oro e in pietra pregiata ritrovati fra le rovine di Ebla (2.400 - 1.600 a. C.) o di Micene (1.400 - 1.200 a. C.), oppure i bottoni sassanide del V secolo a. C. i quali raffigurano un episodio della caccia al leone. Infatti nel periodo di Micene e Miceneo i bottoni adempiano ad uno scopo ornamentale, gli indumenti venivano ricoperti di questi bottoni e formavano delle raffigurazioni decorative dati mischiando i loro molteplici colori. Inoltre, sono stati trovati dei bottoni in delle tombe ungheresi datati intorno al IX secolo.
Nella fase eneolitica, nell'antico-minoico III (2.300 - 2.160 a.C.) si può parlare di una vera civiltà del bronzo. In questo primo periodo si accennano a dei rapporti con l'Egitto. Proprio qui si attestano le presenze dei primitivi sigilli cretesi in avorio, a forma di bottoni. Questi hanno delle incisioni a forma di svariati motivi geometrici lineari e curvilinei. Inoltre, quest'ultimi hanno trovano uno stretto riscontro in dei sigilli simili rinvenuti in Egitto durante le ultime dinastie dell'Antico Impero in particolare partono dalla VI (2.323 - 2.150 a. C.) alla XI (2.135 - 1994 a. C.) dinastia. Mentre i Cretesi terramaricoli con le corna di cervo creavano dei bottoni.
Gli archeologi Schliemann e Evans hanno fatto notevoli scoperte su questo territorio.
Heinrich Schliemann (1.822 - 1.890) è stato un imprenditore e archeologo tedesco.
Lui ha scoperto l'antico sito attribuendolo alla città di Troia situata in Asia Minore, definito Stretto dei Dardanelli, nell'odierna Turchia. Inoltre, ha trovato la splendida città di Micene in Grecia.
A Troia sono stati scoperti dei beni preziosi fatti in metallo preziosi e affibbiato al tesoro di Re Priamo. Pertanto su questi ritrovamenti risalgono al XII secolo a. C., quindi sono molto più antichi degli avvenimenti narrati nell'Iliade.
È interessante però notare che nel tesoro di Priamo probabilmente appartenuto al corredo della moglie definiti i cosiddetti “gioielli di Elena” di Troia sono presenti degli splendidi bottoni in oro. Alcuni sostengono che sono cinque altre fonti ne dichiarano la presenza di un unico bottone in lamina d'oro. In generale questo oggetto di 3.500 anni fa ha la forma classica a disco con due buchi, come un classico bottone odierno. Benché, altre fotografie illustrano una decina di bottoni dorati con il gambo o forse anche di più. La verità è ignota. Anche questo caso si ignora completamente il loro ipotetico utilizzo. Inoltre, è stata ritrovata la maschera che si pensa sia appartenuta ad Agamennone. Alcuni storici come ad esempio W. M. Calder e D. Trail, hanno in dubbio l’autenticità dei reperti. Questo è interessante e comunque molto importante da notare, infatti i tesori sono molto curato nei dettagli, in linea generale e certi hanno uno stile ottocentesco. Pertanto, alcune fonti sostengono che siano dei falsi, in particolar modo la maschera poiché presenta dei baffi in linea troppo moderna per quel periodo storico. Per questo motivo, si potrebbe supporre alla conclusione di una riproduzioni fatte apposta su commissione per sostituire i veri e trafugare le opere d'arte. In alternativa, siccome non avevano trovato nulla, ma volevamo far credere il contrario, per ricevere dei riconoscimenti, acquisire importanza ed essere ricordati a lungo termine per le loro scoperte, hanno fatto realizzare quei falsi. Rimanendo in linea, si potrebbe anche pensare, ma non ci sono prove a carico di questa teoria, che anche i bottoni forse sono delle riproduzioni.

Bibliografia

MAUGERI VINCENZA, PAFFUMI ANGELA, Percorsi di storia della moda e del costume, volume 1, Calderini edagricole editore, 2002, Padova.
MORANGONI GIORGIO, Evoluzione storica e stilistica della moda, dalle antiche civiltà mediterranee al Rinascimento, volume 1, edizioni S.M.C., 1997, Milano.
MARANGONI GIORGIO, Piccolo atlante storico della moda, quarantacinque secoli di storia del costume in sessantotto tavole a colori di Aldo Beltrami, Edizioni S.M.C., 1998, Milano.
KRZYSZKOWSKA OLGA, Aegean seals: an introduction, Institute of Classical Studies, School of Advanced Study, University of London, 2005. 

Cataloghi

JACASSI FRANCO (a cura di), Il bottone, arte e moda, TeatroMagico Edizione, 2013

Sitografia

https://www.treccani.it/enciclopedia/arte-minoico-micenea_%28Enciclopedia-dell%27-Arte-Antica%29/
https://www.treccani.it/enciclopedia/heinrich-schliemann/
https://www.treccani.it/enciclopedia/sir-arthur-john-evans/

Aggiornamento del 16/03/2022.

Bottone a perforazione "y"

Ipotetico esempio di bottone a perforazione "y", illustrazione di Alessandra Mambelli.

Nell'ipogeo di Padru Jossu (2400 - 2200 a. C.) sono stati ritrovati alcuni bottoni in osso e avorio, alcuni alamari che ricordano alcuni manufatti dell'antico Egitto. Ma, anche in quest'ultimo luogo sono stati ritrovati alcuni esemplari di bottoni ad alamaro con perforazione ad “Y”. Si ipotizza Vandier che siano stati utilizzati come galleggianti e quindi non nel campo dell'abbigliamento e neppure come mezzo di allacciatura per qualsiasi cosa.
Nel periodo Campaniforme, in Sardegna sono stati ritrovati tra i vari oggetti (punteruoli, spilloni, ecc.) anche dei bottoni a perforazione “Y”.
Pertanto, nel sito di Padru Jossu in Sardegna a Sanluri, sono pervenuti una trentina di bottoni. Si ipotizza che fossero impiegati per affibbiare le vesti o perlomeno per impreziosirle, ma non è ancora certo il loro impiego. Qui ne sono stati ritrovati circa otto campioni con perforati a “V”. Questi mostrano la caratteristica forma a viso umano o a “torture” cioè a tartaruga. Inoltre, hanno la parte centrale affusolata, mentre l’estremità sono distinte da due appendici che partono in principio trapezoidali. Per tanto possono variare le dimensioni da quelle piccole o a più grandi. Mentre il corpo centrale si sviluppa in maniera differente potrebbe essere contorto. Infatti, si distingue in due modi: uno è circolare, invece l'altro è ellittico. I fori per fare passare i fili, sono predisposti in senso orizzontale. Questo vale per tutti i reparti eccetto per uno che è trapezoidale. Il bottone in questione all'apparenza sembra a torture con un foro centrale, a placchetta e due appendici trapezoidali.
Inoltre, esiste un altro bottone, la sua forma ad alamaro, corpi fusiforme, con scanalatura centrale e terminante discoidale.

Bibliografia

MORAVETTI ALBERTO, MELIS PAOLO, FODDAI LAVINIA, ALBA ELISABETTA, La Sardegna preistorica, Storia, materiali, monumenti, Carlo Delfino editore, 2017, Sassari.
READ BRIAN, Metal buttons, c.900 BC - c.AD 1700, 2010, 2 ed.
ALTEA GIULIANA, CARTA MANTIGLIA GEtOLAMA, CLEMENTE PIETRO, CORRIS PAOLA, DALMASSO ENNIO, MASSARI STEMANIA, PIQUEREDDU PAILO, PORCU GAIAS MARISA, TAVERA ANTONIO, Gioielli: storia, linguaggio, religiosità dell'ornamento in Sardegna, Ilisso edizioni editore, 2004, Nuoro.