sabato 18 febbraio 2023

Anni '70


Illustrazione di un bottone.

I bottoni negli anni Settanta sono esclusivamente a scopo funzionale, impiegati soprattutto nei capi sportivi. Inoltre, erano meno vistosi e con abbottonature nascoste dai parka e eskimo.
Il bottone in questo periodo subisce un tracollo, questo succede per il fatto che i costi di produzione erano elevati e per via di un mutamento radicale delle moda che evidentemente non necessitava più di esso e sostituibili con la cerniera considerata più pratica, veloce e di costi inferiore.
Negli anni '70 andava di moda la linea androgena e i bottoni non erano altro che dei dischetti piatti a quattro fori che potevano essere in vera o finta madreperla. Quest'ultima era realizzata dal petrolio, ma l'effetto che si otteneva era tale e quale alla vera madreperla, praticamente ad occhio nudo era irriconoscibile, infatti il bottone veniva trottato meccanicamente se si voleva cogliere la differenza tra i due materiali. Benché c'era una produzione inferiore non mancavano quelli in cuoi semisferici adatti sui mantelli loden, c'erano anche i bottoni di legno, di corno, o finto.
Oltre a Coco Chanel, anche altri stilisti come Gucci ed Armani, inserirono il loro logo all'interno dei bottoni usati nelle loro collezioni d'abbigliamento.
Il bottone si adatta alle diverse esigenze tendenze stagionali della moda. Con la comparsa delle giacche oversize, erano proporzionalmente cambiate anche e dimensioni dei bottoni e i loro colori che abbandonano le sfumature scurissime per sprazzi quelli più vivaci.
Mentre nella collezione di Zegna, Giorgio Armani, Cerruti riutilizzano i classici bottoni con i tondino piccolo ma cercano forme più consone alla nuova filosofia di abbigliamento che si troverà nel decennio successivo.

Bibliografia

DE BUZZACCARINI VITTORIA e MINICI ISABELLA ZOTTI, Bottoni & bottoni, Modena, Zanfi, 1995, 2 ed.
EPSTEIN DINA e SAFRO MILLICENT, Buttons, New York, Harry N. Abrams Inc., 1991.
FERRIGNI PIETRO COCCOLUTO, I Bottoni nell'arte e nella storia, Napoli, Colonnesse, 1993, 2 ed. 

Aggiornamento del 28/02/2023.
Aggiornamento del 1/03/2023.

Anni '60


Illustrazione di alcuni bottoni.

Negli anni Sessanta i bottoni vengono largamente sostituiti con la cerniera oppure sono presenti, ma meno vistosi. Molti bottoni sono con i quattro fori perpendicolari due a due sul centro, a semisfera e piatti, mentre quelli a pressione sono grossi, color del ferro e allacciano i blue-jeans e i giubbotti di denim.
I bottonifici industriali non offrivano un'adeguata rischiata del mercato della moda. Si producevano dei buoni bottoni, non stingono, non si opacizzano e non arrugginiscono. Inoltre il bottone si doveva adattare perfettamente alla macchina per essere attaccato all'indumento. Era di consueto nel pronto moda che i bottoni venissero uniti dalle macchine da cucire.
Le resine ureiche hanno sostituito la galalite negli anni '40. Mentre nei primi anni Cinquanta le resine acriliche, come la galalite, si sono confermate altrettanto valide per la loro lucentezza e la resistenza. La più conosciuta era il plexiglass per la sua trasparenza. Questo materiali sostituisce la fragilità del vetro. Inoltre, compaiono i bottoni in poliestere, nylon e acetati. Questi materiali incontrano l'apprezzamento dei produttori; gli acetati hanno qualità cromatiche come l'effetto traslucido, mentre i poliesteri sono di basso costo e di notevole facilità lavorazione e di conseguenza permettevano una maggiore produzione in serie.
Dal 1960 a Londra c'è il Button Queen, una bancarella che vende bottoni da collezione. Toni Eritbche era il proprietario, per anni proponeva bottoni nei famosi mercati della città da Portobello a Bermondsey . Commerciava anche bottoni nuovi e italiani.

Bibliografia

DE BUZZACCARINI VITTORIA e MINICI ISABELLA ZOTTI, Bottoni & bottoni, Modena, Zanfi, 1995, 2 ed.
EPSTEIN DINA e SAFRO MILLICENT, Buttons, New York, Harry N. Abrams Inc., 1991.
FERRIGNI PIETRO COCCOLUTO, I Bottoni nell'arte e nella storia, Napoli, Colonnesse, 1993, 2 ed.

Aggiornamento del 28/02/2023.
Aggiornamento del 1/03/2023.

Anni '50



Illustrazione di un ipotetico bottone di Coco Chanel. Le due "C" si intersecano a formare i petali di una camelia in maniera minimale e priva di eccessi, come è stato sempre ricorrente nel suo stile dagli esordi fino alla sua scomparsa. 

Passata la guerra e il periodo autarchico ritornano ad essere utilizzati i bottoni in plastica che avevano conquistato largamente il favore dei clienti perché più economici e resistenti ed in più potevano imitare qualsiasi altro materiale. Inoltre negli anni cinquanta, si iniziavano ad utilizzare tutta una serie di elettrodomestici che rovinavano completamente i bottoni realizzati in materiali delicati come porcellana e vetro che vennero sostituiti con quelli in plastica e metallo. L’utilizzo delle cerniere, del velcro e dei bottoni a pressione ridusse considerevolmente l’impiego dei bottoni nei capi d'abbigliamento di uso quotidiano. Un altro fattore che comportò una diminuzione nell’uso dei bottoni più ricercati, fu il trionfo della bigiotteria che sostituì il ruolo decorativo del bottone come abbellimento dell’abito.
Coco Chanel nel 1954 rimette in auge i bottoni gioiello in metallo dorato con la sigla del suo marchio.
I bottoni dovevano essere dello stesso colore dell'abito di conseguenza gli artigiani si erano attrezzati creando uno stanzino per tingere secondo campione.
Particolarmente apprezzati i bottoncini a quattro fori di galalite in genere di origine industriale, piatti oppure leggermente concavi con un leggerissimo bordo in rilievo e arrotondato. Questi vengono chiamati Molyneux, da Edward Molyneux un couturier anglo-francese. Lui è stato il primo ad usarli e a proporli sui suoi capi d'abbigliamento. Inoltre ne tingeva qualche d'un in più che in seguito venivano cuciti all'interno dell'abito nel caso di smarrimento.
Negli anni Cinquanta il blazer con dei bottoni metallici e faceva parte del guardaroba maschile.
I bottoni metallici potevano essere stampati con vari motivi quali soprattutto la S, stemmi, e scudi. Talvolta avevano delle armi e marinerie. I marinai indossavano una giacca blu con dei bottoni incisi con un ancora.
I bottoni in metallo di solito sono in ottone galvanizzato.
Nella divisa dei carabinieri sono presenti dei bottoni in argento raffiguranti su ogni uno una fiamma. Loro non li cuciono sull'indumento, ma li inseriscono con un anellino nel panno della giubba.

Bibliografia

DE BUZZACCARINI VITTORIA e MINICI ISABELLA ZOTTI, Bottoni & bottoni, Modena, Zanfi, 1995, 2 ed.
EPSTEIN DINA e SAFRO MILLICENT, Buttons, New York, Harry N. Abrams Inc., 1991.
FERRIGNI PIETRO COCCOLUTO, I Bottoni nell'arte e nella storia, Napoli, Colonnesse, 1993, 2 ed.

Aggiornamento del 28/02/2023.


Anni '40



Illustrazione di un ipotetico bottone degli anno '40.

A causa degli eventi bellici, durante la seconda guerra mondiale, una dopo l’altra le fabbriche di moda sono state costrette a chiudere. I materiali usati si limitavano strettamente a quelli autoctoni: ceramica, legno naturale, dipinto, verniciato e pirografato, in tutte le misure e forme. Inoltre venivano usati i bottoni in ceramica verniciata di svariate forme e di vati colori.
I bottoni di Fratti, nel 1941 ostentavano altri materiali alternativi autarchici e “da guerra” come il sughero, la paglia e il torsolo delle pannocchie del granoturco.
Erançois Hugo, ha disegnato per Worth, Hermes e Schiapparelli una serie di bottoni per l’alta moda realizzati con fili elettrici.
La cerniera lampo in questo periodo non viene fabbricata poiché mancano le materie prime per produrla di conseguenza vengono di nuovo introdotti i bottoni ed inoltre il regime fascista aveva requisito il ferro, il rame e l'ottone.
Giuliano Fratti, nei suo atelier si accoda con le sarte modelliste per acquistare presso le case francesi gli originali e i diritti di copiare i bottoni. In tal caso quando le sarte italiane, venivano a Milano dai modellisti per aggiornarsi trovavano i bottoni originali o le copie. Così conquistò un'ampia clientela nell'atelier di Montenapoleone.
Nei tailleur e mantelli ricorrevano ai bottoni classici in corno, madreperla, galalite, legno, bambù, cuoio e sughero.
Marie Claire del 14 maggio 1949 elogia i creatori di bottoni che “si son presi l’incarico d’inventarne di ogni genere, di ogni colore, di ogni qualità”. Pertanto “Nostra Signora Moda” aveva “voglia di bottoni” e posano a pioggia su gonne, tasche e mantelli.


Bibliografia

DE BUZZACCARINI VITTORIA e MINICI ISABELLA ZOTTI, Bottoni & bottoni, Modena, Zanfi, 1995, 2 ed.
EPSTEIN DINA e SAFRO MILLICENT, Buttons, New York, Harry N. Abrams Inc., 1991.
FERRIGNI PIETRO COCCOLUTO, I Bottoni nell'arte e nella storia, Napoli, Colonnesse, 1993, 2 ed.

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Anni '30



Illustrazione di un bottone vorticoso simile a quello della collezione realizzata da Elsa Schiapparelli nel 1935-36 di ispirazione militare. I bottoni originali sono in metallo pressofuso, creati dall'artista Jean Cocteau per la stilista, applicati su una giacca rosso gallico e realizza da Ducharne in lana.

Negli anni '30 prevale una certa eleganza e ricerca artistica nonostante il nazionalismo e regime fascista che imponeva delle limitazioni in fatto di moda visto che prima di questo periodo era francese.
L'Italia riesce a riscattarsi organizzandosi bene bene affinché era riuscito a strappare alla Germania il primato e il mercato. Le principali aziende tradizionali italiane erano concentrate nella zona di Bergamo dal 1876 si producevano bottoni in corozo a Palazzo dell'Olio. Nel 1870 si erano insediate altre aziende specializzati in altri materiali quali unghie, ossa di bue, corno di bufalo, cervo e madreperla. Non solo in questa zona, ma era anche fiorente nel piacentino. Qui fu un dottore Vincenzo Rovera che con pochi operai diede inizio di produzione dei bottoni in corozo.
Nell'immediato finire della guerra le industrie operaie che si sviluppano erano delle cooperative di artigiani che si riuniscono per perfezionare al meglio il commercio del prodotto.
Un esempio di queste è la fabbrica di Bomisa dove cera la produzione a ciclo continuo e tra i soci erano presenti dei confezionisti.
Tempo di maschilismo, tasso di disoccupazione altissimo, ma un curioso caso vuole che nei bottonifici veniva considerato con un lavoro femminile. Benché veniva considerato un lavoro leggero, adatto alle mani piccole e alla precisione delle donne.
Le materie prime di magio impiego erano il corozo ricavato dalla palma “dum” che cresceva bene in Eritrea e nel Sudan. Assomigliava caratteristicamente nel processo lavorativo e di colorazione all'avorio vegetale che proviene dal sud America, ma si doveva considerare la differenza che era più facile da reperire. Inoltre, in quel periodo Eritrea era una colonia italiana.
Le produzioni dei bottoni in frutto italiana conquista persino il mercato delle case di moda francese. Persino le riviste francese quando descrivevano gli accessori all'allacciatura prendevano come riferimento le didascalie descrittive del modello.
Milano, alla fine degli anni Trenta, in via Montenapoleone, c'era un mini atelier chiamato “Mister Bottone” dai suoi numerosi clienti internazionali che lo stimavano evidentemente moltissimo. All'interno del negozio era presente un laboratorio con otto-dieci artigiani, un tornio, un bilancino, macchina per foderare bottoni di tessuto. Il proprietario di questa attività era Giuliano Fratti che creava e disegnava per chi li richiedeva sia per le sartorie oppure lui li vendeva al dettaglio.
“Ma che bel bottone, che bel bottone. Peccato che non sappia dove metterlo!” Così esclamava il sarto Ferrario quando nell'osservare un grande e vistoso bottone di frutto nero-lucido. Il giorno seguente avviene una telefonata, di conseguenza lui decise di confermare a Fratti che quel bottone sarebbe stato messo su un elegantissimo tailleur nero. In questo caso si potrebbe anche dire il bottone ha fatto l'abito.

Bibliografia

DE BUZZACCARINI VITTORIA e MINICI ISABELLA ZOTTI, Bottoni & bottoni, Modena, Zanfi, 1995, 2 ed.
EPSTEIN DINA e SAFRO MILLICENT, Buttons, New York, Harry N. Abrams Inc., 1991.
FERRIGNI PIETRO COCCOLUTO, I Bottoni nell'arte e nella storia, Napoli, Colonnesse, 1993, 2 ed.

Aggiornamento del 28/02/2023.

Anni '20 e i bottoni pratici


Illustrazione di un bottone della fine degli anni '20, riproduce su metallo la raffigurazione di un aeroplano e verniciato di rosso. Rappresenta la mobilità su celo ricercata per secoli dall'essere umano giunta la prima attraversata dell'Oceano Atlantico nel 1927 da Charles Augustus Lindbergh. Con questo bottone forse si vuole ricordare la conquista di un grande traguardo, ovvero il raggiungimento e il superamento di un limite dell'umanità, che equivale la possibilità di volare e raggiungere delle mete in poco tempo fino a prima irraggiungibili.  



Italia, in seguito alla fine della Prima Guerra Mondiale era pervasa da una forte crisi economica, dalla disoccupazione e dalle lotte sociali (movimenti sociali e i partiti di massa). Tutto questo influenzo in parte anche la moda e gli accessori che la arricchivano.
Negli anni '20, molti dei capi d’abbigliamento femminile, in particolare quelli sportivi, erano chiusi con bottoni, spesso messi al lato sinistro accanto alla cucitura per non essere visti, oppure come decorazione. Una moda dell’epoca era i bottoni da giarrettiera che incarnavano a pieno lo spirito irriverente e la libertà sessuale degli anni '20, essi si nascondevano sotto la gonna e stupivano con messaggi sfrontati o con il faccino di Betty Boop ai fortunati che riuscivano a vederli.
In questi anni andavano molto di moda i bottoni automatici che sono stati scoperti nell'Ottocento.
Le paste sintetiche permettevano molteplici forme di bottoni e sostituirono gli altri materiali con l'aggiunta di pagliuzze metalliche. Le combinazioni dei colori prevalenti erano il bianco e il nero, il bianco e il blu, il marrone e il beige, il rosso e il blu. I materiali artificiali erano duttili e permettevano la creazione di motivi geometrici (cubi e piramidi) sul bottone.
Vengono introdotti in commercio in questo periodo storico i materiali sintetici essendo estremamente duttili e si adattano perfettamente a qualsiasi forma li si voglia dare. Pertanto gli anni '20 erano uno sbizzarrissi di bottoni di tutte le forme e colori partendo da motivi geometrici, applicazioni vari, rotondi, debordato disegni inconsueti. Inoltre erano presenti anche dei volumi geometrici a tre dimensioni come cubi e piramidi con spigoli oppure con gli angoli smussati.
Nel 1925 i bottoni assolvono una funzione ornamentale, ma non per questo spariscono i solito, pertanto restano sempre presenti quelli pratici che assolvono la loro scopo.
La moda del momento voleva o per lo mene sono presenti in alcune fotografie ed illustrazioni delle allacciature asimmetriche su gonne, giacche, giacconi e abiti.
I fabbricanti di bottoni e gli artigiani dell'alta moda provvedevano e si assicuravano le materie prime adatte a loro. Utilizzavano barre o lastre di galalite dove ne ricavavano le forme, passate su tornio oppure su stampi metallici riscaldati in forni da laboratorio.
I sarti solitamente producevano la giacca a monopetto con tre bottoni di corozo e dove veniva allacciato solo un bottone, quello di mezzo. Questo nel caso in cui veniva indossata. Il marchio distintivo del sarto che la realizzava si poteva notare alche dal bottone che portava inciso il suo nome. Pertanto dove dove cerano i bottoni si poteva capire chi vestiva la persona. Quindi anche sui pantaloni, taschini interni ed esterni, ovunque siano; se il sarto utilizzava dei bottoni marchiati e se una persona dall'occhio attento capiva subito da quale sartoria si vestiva.
Nel frattempo, si iniziava a riprodurre ed ad imitare quasi alla perfezione i materiali naturali; ottenute con delle paste sintetiche che imitavano in particolare la madreperla. Ottennero un grande successo, anche se la madreperla pura è più tenace e resistente. Nelle mercerie veniva venduta in delle confezioni da sei bottoncini cuciti su cartoncini ricoperti di carta d'argento. Solitamente venivano cuciti su gilet e frac.
Il bottone nella anni Venti è ancora presente e adatto a tutte le occasioni sia sportive che eleganti.
Alcuni sostengono che gli uomini degli anni '20 vestiti di tutto punto potevano arrivare a contare su di sé non meno di quaranta bottoni. In generale i bottoni nelle mutande si utilizzavano quelli in osso, per le camice erano in madreperla, mentre per le giacche, pantaloni, panciotto e paletot erano in corozo oppure in metallo. Pertanto erano di cuoio per l'abbigliamento sortivo o da pioggia, e in passamaneria venivano utilizzati per la marsina a coda di rondine.
Verso il finire degli anni Venti compaiono i bottoni ricamati e in filigrana.
La stilista che ha creato nuovi stili di bottoni durante gli anni Venti ovvero dal 1927 è stata Elsa Schiapparelli che collaborava insieme a Jean Clement nel creare nuovi stili di bottoni. Lui fu il migliore e geniale disegnatore di accessori di Parigi, ha lavorato solo per lei. Insieme a queste due menti fondamentali, incredibilmente geniali e creative si erano ispirati all'arte, soprattutto al Surrealismo di Salvator Dalì per elaborare dei bottoni visti come delle maniglie del celeberrimo disegno “la città dei cassetti”. In quel periodo venivano creati di tutti i modelli e colori, resi luminosi grazio all'impiego di una particolare verniciatura al fosforo. Spesso i bottoni firmati dalla Schiapparelli venivano laccati su basi in legno intagliato, di alluminio o di metallo, talvolta erano di cellulosa, di porcellana, di ambra, di vetro colorato di giada bianca, di ceralacca, galalite e bakelite. Utilizzava anche la tecnica manuale di pirografia su dei bottoni in legno. Con questo connubio geniale di surrealismo fu per la prima volta che si poterono trovare delle allacciature insolite su tailleur e cappotti come limoni, aranci, pompelmi e melograni di ceramica. Sicuramente questo fu un periodo pieno di inventiva spiritosa e in quanti hanno avuto l'occasione di poterci lavorare e a produrli come i creatori delle opere e oppure addirittura indossarli senz'altro si siano divertiti o almeno così si potrebbe ipotizzare. Mentre negli anni Trenta avevano inventato i bottoni a forma di lacci da scarpe, di fermacarte in cristallo con i fiori, cucchiai, ballerine, cavallini, e lecca-lecca. Inoltre, producevano delle campanelle, i sugheri, le graffette, il segno del dollaro in metallo dorato, i chicchi di caffe e le drupe del cinnamomo (la pianta della cannella). Infine aveva pensato di produrre i bottoni in cuoio dedicati ai capi d'abbigliamento sportivi, realizzati unendo la pelle al tessuto con cucitura a due aghi realizzati dal sellaio. Così in generale una persona poteva ritrovarsi ad indossare gli alamari e i bottoni in pelle di coccodrillo su un vestito da pomeriggio in lana nera.


Bibliografia

DE BUZZACCARINI VITTORIA e MINICI ISABELLA ZOTTI, Bottoni & bottoni, Modena, Zanfi, 1995, 2 ed.
EPSTEIN DINA e SAFRO MILLICENT, Buttons, New York, Harry N. Abrams Inc., 1991.
FERRIGNI PIETRO COCCOLUTO, I Bottoni nell'arte e nella storia, Napoli, Colonnesse, 1993, 2 ed.

Aggiornamento del 28/02/2023.

Belle Époque


Illustrazione di un bottone in stile Liberty.


Durante il periodo della Belle Époque (Epoca Bella, 1871-1914 circa), in Europa, se pur rifacendosi con un termine tipicamente francese si manifesta anche negli USA con il Gilded Age (Età dell'oro), in Messico con il Porfiriato, in Gran Bretagna con Età Vittoriana (1832-1901) e Età Edoardiana (1901-1910),  mentre in Italia viene suddiviso in due periodo ovvero Età Umbertina (1878-1900 circa) e l'Età Giolittiana (prende il nome dal politico italiano Giovanni Giolitti e va dal 1903 al 1914). Questo periodo nasce in Francia era un periodo ricco di scoperte, ricerche, invenzioni tecnologiche e sperimentazioni in molti campi quali non si possono citare tutti, ma soprattutto scientifici, tecnologici, artistici e industriali. Tali progressi hanno permesso di avere a tutti noi un notevole miglioramento sociale come l'illuminazione elettrica, la radio, l'automobile e tutte quelle comodità che attualmente forse diamo per scontato, prima di allora non esistevano. Pertanto la situazione iniziava a cambiare con l'arrivo del '900 si iniziano a creare delle tensioni sul pino commerciale e finanziario per il predomino coloniale.
La moda di questo periodo prevedeva che nulla era dato al cosa un abito per ogni occasione e gli accessori dovevano stare al loro seguito, quindi si adattavano perfettamente mise.
Per tale motivo le donne utilizzavano i bottoni sulla biancheria intima, sui vestiti da giorno, da pomeriggio e da sera. L’uomo, invece, adottava i bottoni a quattro fori, che sono come quelli che utilizziamo tuttora.
I bottoni dell'Art Nouveau o stile Liberty hanno una qualità nettamente inferiore rispetto a quelli realizzati in epoche precedenti, ma i progressi tecnologici e creativi (forme, colori e dimensioni) che seguono i diversi movimenti artisti lasciano la loro traccia grafica anche su queste piccole opere d'arte. Questi bottoni potevano essere realizzati in metallo (ferro ed ottone), corno, guscio di tartaruga, vetro che poteva essere colorato oppure rifinito in metallo, galalite ed infine in smalto.
In Italia, dove era sviluppata una certa tradizione vetraria veneziana, dopo la metà del XIX secolo, Ercole Moretti, sviluppa una serie di bottoncini piatti, a cupola e a pallina di vetro variamente decorati. Venivano apprezzati nelle zone limitrofe che esportati all'estero.
I temi trattati in questi bottoni sono le donne dai lunghi capelli fluttuanti, i fiori, come ad esempio le orchidee, le rose, i gigli e gli animali come il pavone, le farfalle, il serpente e le libellule.
In questo periodo andava di moda utilizzare nei capi d'abbigliamento sportivi dei grandi bottoni in celluloide bianca, trasparente oppure colorata al posto della madreperla e del guscio di tartaruga.
Questo materiale divenne molto popolare all'inizio del XX secolo fino a che non si scoprì che era altamente infiammabile.
Le donne per la loro toilette utilizzavano pochi bottoni, ma molto importanti. Quest'ultimi potevano essere in oro e in argento, decorati con motivi decorativi in smalto color seppia, trasparente, con dei leggeri motivi floreali e con i bordi rifiniti da piccoli diamanti sfaccettati.
Questa tipologia di bottone è stata progettata da Fabergè, un orafo russo di origine francese, il cui nome compare in occasione dell’Esposizione Universale del 1900 a Parigi.
Un'altra figura creativa era Lalique, i suoi bottoni erano più accessibili a livello economico e altrettanto prestigiosi, venivano ornati con profili femminili dai capelli lunghi, dalle donne “floreali”, dalle “libellule”, dalle cornici di fiori, dai movimenti flessuosi dallo stile Liberty.
Sono ricomparsi sempre in questo periodo storico i bottoni in marcasite, famosi nel Settecento. Inoltre venivano utilizzati i bottoni in strass tipici della Belle Epoque che venivano anche definiti “pietre del Reno”.
I bottoni prodotti in marcasite, in vetro e in smalto non facevano parte integrante dell'indumento, ma erano acquistati a parte e conservati in scatoline speciali e cuciti successivamente all'occorrenza.
In questo periodo storico popolavano i famosi stilisti Poiret e Fortuny che si ispiravano all'arte orientale e all'esotismo. I bottoni spaziavano dai soggetti russi a quelli africani. Inoltre si poteva notare un ritorno all’antico, alle raffigurazioni delle teste di leoni assiri e alla presenza di alcuni stilemi di gusto rinascimentale. L’influenza più forte all’inizio del secolo era quella dell’arte giapponese. In particolare, il parigino Paul Poiret (1879-1944) produceva bottoni intrecciati con fili di seta colorata ed impreziositi con oro ed argento per donare fascino, lusso ed eleganza.
La Mode Illustrée del 31 dicembre 1911, in un articolo, cita: “Bottoni in gran quantità, di tutte le forme e di ogni dimensione a partire dai bottoncini della tonaca da prete fino a dischi che misurano ben 7 cm di diametro. Molti vestiti sono abbottonati per tutta la lunghezza, davanti nel mezzo o di lato, in linea diritta o in sbieco. Spesso i bottoni sono assortiti alla toilette nel colore della passamaneria, oppure ricoperti dello stesso tessuto; altre volte ancora di tessuto diverso e di colore contrastante, oppure vengono scelti tra “modelli” di haute fantasie che sono innumerevoli. Come ultima novità vengono citati i bottoni di cristallo tagliati a scodella, quelli in argento “vecchio” cesellati, altri tutti di strass e i bottoncini di madreperla colorati piatti, convessi o a pallina. Gli immensi bottoni di tartaruga bionda o variegata che valgono fino a 90 franchi alla dozzina! Non si possono dimenticare i bottoni in “galalite”, composizione variamente colorata e marmorizzata che presenta la curiosità di essere ricavata dalla caseina indurita, raccolta dai “complessi lattiferi” della Repubblica Argentina e che seccata e insaccata viene spedita ai fabbricanti francesi che la lavorano trasformandola in materiale duro che ha l’apparenza dell’agata e di cui sarà impossibile, almeno di non essere maghi indovini (e ancora!) capirne la singolare origine”.
Negli anni '10 del Novecento le signore non esitavano ad utilizzare bottoni di strass, di cristallo, d’agata, di corniola o di corno inciso e scolpito.
I bottoni più apprezzati erano quelli realizzati in bachelite a forma di frutta: nocciole, meline, fragole e ciliegie. Questo materiale era apprezzato per la sua malleabilità ed era facile da tingere. Inoltre venivano utilizzati bottoni in passamaneria e in corozo, quest'ultimi specialmente nei cappotti. Nel 1913 i bottoni di perla erano molto apprezzati, di conseguenza si cercava di imitarli con materiali differenti come porcellana, legno, vetro, jais o perle vere. La forma, poteva variare da rotonda, tubulare, cabochon, regolare e barocca. Con l'avvento della Prima Guerra Mondiale, la moda dei bottoni subì dei drastici cambiamenti, diventarono a forma di oliva, di piccole ghiande e di palla, i materiali erano la giada, l’osso ed il legno.
In questo periodo, una recente invenzione veniva messa in commercio era il bottone a pressione, brevettato dopo il 1870. Era e lo è ancora tuttora indiscreto, poco ingombrati e rapido da allacciare. Infatti, alcuni li chiamato con l'appellativo di “bottoncini tac”. Questa tendenza ad aggiungere dei nuovi macchinari e materiali all'industria bottonaia porteranno in seguito a dei nuovi cambiamenti per gli anni successivi.  

Bibliografia

DE BUZZACCARINI VITTORIA e MINICI ISABELLA ZOTTI, Bottoni & bottoni, Modena, Zanfi, 1995, 2 ed.
EPSTEIN DINA e SAFRO MILLICENT, Buttons, New York, Harry N. Abrams Inc., 1991.
FERRIGNI PIETRO COCCOLUTO, I Bottoni nell'arte e nella storia, Napoli, Colonnesse, 1993, 2 ed.

Aggiornamento del 28/02/2023.